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domenica 28 luglio 2013

La spesa facile che non indigna

Un editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di oggi ha centrato il punto della crisi italiana: la malintesa austerità fatta di più tasse e più spesa, senza tagli ai burocrati di stato, ma solo con nuovi pesi che i cittadini devono portare sulle spalle. Fintanto che il grande partito della spesa non verrà sconfitto, l'Italia non avrà un futuro. Ma la difficoltà vera è che, nella situazione politico sociale del momento, non si vedono nè forze politiche e leader in grado di puntare su un vero taglio della spesa pubblica, nè la coscienza dell'opinione pubblica del male che un tale livello di denaro controllato dallo Stato causi all'Italia e al futuro di tutti noi. Tanto più che, ogni minimo tentativo, viene bloccato, ostacolato, rimosso, e uno dei protagonisti di questo blocco è la Corte Costituzionale:
Le reazioni del partito della spesa pubblica di fronte alla affermazione di buon senso, e inoppugnabilmente vera, del viceministro all'Economia Stefano Fassina secondo cui esiste, accanto a una evasione indotta da avidità e mancanza di senso civico, anche una evasione fiscale «di sopravvivenza», sembrano dettate dall'arroganza: quella tipica arroganza che è propria di chi, ritenendosi fortissimo, può permettersi il lusso di ringhiare davanti a qualche timido distinguo dalla linea dominante e vincente.
C'è il forte sospetto che sia ormai inutile continuare a ripetere, come facciamo da anni, la solita litania: «Bisogna ridurre la spesa pubblica al fine di abbassare le tasse e rilanciare così la crescita».
 Il partito della spesa pubblica non ha alcun interesse alla crescita perché non può accettare che spese e tasse scendano. Fino a oggi, quel partito si è rivelato fortissimo, imbattibile. Ci sono due possibili spiegazioni, non necessariamente incompatibili fra loro, di tale imbattibilità. La prima ha a che fare con le «quantità» e la seconda con la «qualità». La spiegazione quantitativa dice che i numeri sono a favore del partito della spesa pubblica: coloro che vivono di spesa sopravanzano ogni altro gruppo e rappresentano, sul piano elettorale, una «minoranza di blocco» ai cui veti nessun governo, quale che ne sia il colore, può resistere. La spiegazione qualitativa fa riferimento all'esistenza di «cani da guardia», di istituzioni strategicamente collocate che si sono assunte il compito di salvaguardare gli interessi facenti capo al partito della spesa pubblica. Per esempio, guardando a certe sentenze della Corte costituzionale, si può essere colti dal sospetto che sia addirittura «incostituzionale» ridurre la spesa pubblica (e quindi le tasse), ossia che, per il nostro ordinamento, quelle due grandezze possano solo crescere, mai diminuire. Più in generale, c'è una intera infrastruttura amministrativa (alta burocrazia, magistrature amministrative) che regge e dà continuità alla azione dello Stato, che sembra chiusa a riccio nella difesa di un equilibrio politico e sociale fondato sulla incomprimibilità della spesa e su tasse altissime. La debolezza della politica fa poi il resto, rende impossibili interventi capaci di vincere le resistenze burocratiche e lobbistiche e invertire la rotta.
Lorenzo Bini Smaghi (Corriere , 27 luglio) ha osservato che nella lettera della Bce all'Italia di due anni fa si chiedevano riforme strutturali (tese appunto a ridurre la spesa pubblica). Non potendo, non volendo, o non sapendo, fare quelle riforme, noi rispondemmo aumentando le tasse e perciò spingendo ancor di più il Paese nella spirale della depressione.
Sulla carta, il governo Monti era nella condizione migliore per ridurre la spesa. Per sua natura, non dipendeva dal consenso elettorale e, inoltre, avrebbe potuto imporre le riforme ai partiti sfruttando la condizione d'emergenza in cui si trovava il Paese.
Perché non ci riuscì? Perché accrebbe ulteriormente una pressione fiscale già altissima? Non è forse perché gli ostacoli erano talmente grandi, e le forze contrarie così potenti, da non poter prendere in considerazione alcuna altra linea di condotta se non quella che venne effettivamente perseguita?
Sarebbe bello vivere in un Paese fondato su un regime di tasse basse ove non esistesse l'evasione da sopravvivenza e dove fosse possibile scaricare uguale riprovazione morale sugli evasori fiscali e su coloro che fanno un uso non strettamente necessario, non giustificato dalla funzione sociale assolta, dei soldi pubblici. Viviamo invece in un Paese in cui spese e tasse si rincorrono senza fine lungo una strada in salita. Sorvegliate amorevolmente da cani da guardia indifferenti alla decadenza economica del Paese. Ai membri del partito della spesa pubblica bisognerebbe dire: grazie a voi siamo oberati di tasse e non intravvediamo un bel futuro per i nostri figli. Abbiate almeno la decenza di non ringhiare.
La spesa facile che non indigna - Angelo Panebianco

giovedì 17 novembre 2011

Il governo Monti non è di sinistra.

Ho ascoltato con attenzione il discorso del Presidente del Consiglio incaricato, Mario Monti, al Senato. E, devo dire, che sono rimasto soddisfatto della persona e del programma. Lasciamo stare le agiografie e le santificazioni messe in atto dagli organi di stampa di sinistra, probabilmente inconsapevoli della natura assolutamente non di sinistra dell'esecutivo


Apriamo una parentesi. Riccardi, ministro alla Cooperazione Internazionale, è presidente della Comunità di Sant'Egidio, comunità cattolica anticomunista; ministro della Difesa è l'ammiraglio Di Paola, militare ed ex presidente del Comitato di Stato Maggiore della Nato, ministro degli Esteri è Terzi di Santagata, ambasciatore a Washington (non a Pechino), giusto per fare alcuni esempi. Chiusa parentesi.

Il discorso di Monti, in ogni caso, ha delineato le linee programmatiche del suo governo. Auspicare in un suo successo significa sperare in un rilancio dell'Italia, ed è per questo che guardo l'esecutivo con favore, senza pregiudizi. Intanto, Monti ha riaffermato la necessità dell'introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio, proposta dal governo in Agosto e che io stesso accolsi con molto favore dalle pagine di questo blog. Inoltre, interventi in linea con la lettera inviata alla Bce, contenimento dei costi della politica e delle società pubbliche, accorpamento di enti locali ed eliminazione delle province, sulla riforma costituzionale già avviata dal Governo Berlusconi. 

Su un argomento spinoso come quello delle pensioni, Monti ha detto che su quelle di vecchiaia il sistema è in linea con le medie europee e sostenibile, ma bisogna eliminare le troppe particolarità e disparità tra i vari settori. Una cosa fondamentale, è stata l'affermazione che la pressione fiscale è troppo alta, in Italia, e che una seria lotta contro l'evasione potrà portare ad una diminuzione delle tasse. Inoltre, il Presidente del Consiglio ha detto che il suo Governo farà una importante riforma del lavoro, perché - attualmente - alcuni sono troppo tutelati, ed altri non hanno tutele. Serve aumentare la produttività, la mobilità e le possibilità di reinserimento, anche per mezzo di una sistematica riforma degli ammortizzatori sociali. 

Mi ha fatto piacere, inoltre, l'accento sui giovani come priorità, per eliminare i vincoli che impediscono di sfruttare il merito individuale ed investire sui talenti italiani

Insomma, i propositi mi paiono essere buoni. Chiaramente, saranno i fatti ad essere decisivi, ma personalmente credo che la direzione sia quella giusta. E, infatti, la solita sinistra "studentesca" e "universitaria", di gente che, in realtà, studia ben poco, è già scesa in piazza stamattina per protestare, a suon di assalti alle banche, alle università private e alle forze dell'ordine, contro il neonato governo. Insomma, vedere che siamo su due posizioni antitetiche mi rassicura, dato che la parte giusta è quella diversa dalla loro.

domenica 13 novembre 2011

Sinistra, democrazia e banche

Ieri sera abbiamo assistito all'ennesima dimostrazione di quanto la sinistra sia "democratica": armati di costituzione, oltre che di cartelli ingiuriosi e cappi da forca, si sono recati davanti al Quirinale per linciare, almeno moralmente, il Presidente Berlusconi. Le solite truppe di nullafacenti, mobilitate da Di Pietro, da Vendola, da Bersani per manifestare contro la TAV, contro il G8, contro il nucleare e, naturalmente, contro il governo "fascista" e "dispotico" di Berlusconi. Sempre ieri, dinnanzi al Quirinale, a Palazzo Grazioli, e al Parlamento abbiamo potuto osservare la differenza tra noi e loro: noi armati di bandiera tricolore, dell'Inno di Mameli, loro, invece, di monetine, di cartelli ingiuriosi e dell'immancabile Bella Ciao. Ma, d'altronde, stando a Franceschini, a Bersani e a Diliberto l'italia è finalmente libera dal giogo tirannico berlusconiano (??). 

Parlando seriamente, la mia opinione è che l'Italia sia stata svenduta nella maniera peggiore dal Presidente della repubblica (sovietica) a francesi e banchieri vari. Ci stiamo avvicinando ad una tecnocrazia, che - per mezzo di patrimoniali e ritorno dell'ICI - si prenderà il merito di aver (forse) risollevato le sorti nazionali. L'unica volta in cui, nella nostra storia, sarebbe servito un comunista di ferro come Napolitano al potere, per opporsi a lobby e banche internazionali o europee, è riuscito a cambiare idea diventando improvvisamente il cagnolino della BCE e di Sarkozy. Efficace il commento del Ministro Meloni: "Curiosa questa sinistra che festeggia l'ascesa al potere dei banchieri. Chissà cosa ne penserebbe Marx". Caro presidente, abbiamo capito che lei porta le pantofole ai suddetti individui ma come mai il nuovo governo dovrà essere tutto tecnico con l'eccezione di Amato agli esteri? La maggioranza c'è formalmente e le camere non sono state sciolte. Come diceva Ezra Pound "I politici non sono altro che i camerieri dei banchieri" e negli ultimi giorni ne abbiamo avuto l'ennesima prova.

Tomaso